di Veronica Spriveri

Chiesa stracolma per l’ex sindaco di Riace che con il suo modello ha cercato di includere socialmente gli immigrati nel suo paesino. “L’immigrazione può essere una fonte di ricchezza, non un’emergenza”

 

E’ stato fortemente voluto ed organizzato da Padre Carlo D’Antoni, prete della nostra città che da anni, ormai, si adopera per l’accoglienza degli immigrati nel territorio aretuseo, in una chiesa di Bosco Minniti colma, l’incontro  con Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, un  paesino calabrese di 1800 abitanti sulla costa jonica, che ha sviluppato un modello di gestione degli immigrati noto come  “Modello Riace”. Per questo, Mimmo Lucano è stato sospeso dalla carica di sindaco lo scorso ottobre e sta affrontando vicende giudiziarie relativamente alle accuse di truffa, concussione, abuso d’ ufficio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il sistema d’accoglienza del Modello Riace ha aderito al sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), ha ottenuto fondi per la ristrutturazione di case dismesse e ha mosso le energie di diverse associazioni per accogliere ed ospitare i rifugiati e i richiedenti asilo che hanno potuto lavorare nel comune attraverso laboratori artigianali di tessitura, confettura, lavorazione del vetro. Nel 2017 il modello coinvolgeva 550 migranti ospitati direttamente a Riace, ma nel paese hanno trovato ristoro almeno 6000 persone.

Lucano è giunto in parrocchia umile e semplice, a tratti commosso e ha parlato di Riace come di un paese rassegnato, in preda all’ emigrazione giovanile, colmo di case abbandonate. Vecchie cantine, attraverso l’accoglienza, sono diventate laboratori di artigianato. Nessuna sottrazione etnica, ma molta inclusione e scambio. “Riace indica una direzione,” ha detto l’ex sindaco, “una parabola di inclusione, di democrazia”. La Politica può essere fonte di creatività, può inventare e creare nuove soluzioni ai problemi con responsabilità. L’ immigrazione può essere una fonte di ricchezza, non un’emergenza. “Le emergenze le abbiamo dentro al cuore quando abbiamo spazio solo per noi stessi. Stanno cercando di criminalizzare la solidarietà”.                                                         Lucano ha incrociato le storie di immigrati provenienti da Kurdistan, Iraq, Iran, Turchia, storie umane di chi va a cercar speranza altrove, col dolore, di chi abbandona la propria terra nel cuore. L’ avere avuto il contatto con altre storie mette davanti le questioni con la propria identità, crea timore, confusione, soprattutto quando i propri confini sono labili. Chiudere i confini di sé, così come chiudere gli arrivi dal mare, è mettere un muro, non vedere l’orizzonte, non vedere la vita. “Noi custodiamo la terra in cui siamo nati, ma non ne siamo i proprietari. Non siamo padroni dell’aria, dell’acqua, della terra, siamo dei semplici custodi e vedere lo scontro tra le persone, mette una grande tristezza e ruba energia”. I giovani devono poter immaginare delle città aperte, dove ognuno può portare il proprio contributo e la propria conoscenza. Mimmo Lucano è fiero della sua opera, nonostante tutto. E’ fiero anche di aver lasciato documenti di identità a chi, purtroppo, a causa degli stenti, la vita l’ha persa. “Questa povera gente arriva qui e chiede un documento di identità per essere riconosciuta. Vogliono il riconoscimento dalla società di cui sono ospiti”. E di certo, abbandonare la propria terra e le proprie radici è un dolore immenso per la propria identità.   Lucano è stato sindaco di Riace per quindici anni ed è orgoglioso del suo operato. Ritiene che sia stato fondamentale aver avuto un ruolo nelle coscienze e che risvegliarle sia stata la sua opera pubblica più importante. Molte persone sono arrivate nel suo paesino perché attratte dalle sue idee. Nel borgo si potevano incontrare il vasaio di Kabul, gli aquiloni di Islamabad, la magliaia di Herat, i bimbi che giocavano tra di loro, indipendentemente dalla nazionalità. Un’opera estetica fatta di luoghi, culture, persone. Una grande opera pubblica.                            

Banchi e sedie non son bastati a contenere cuori ed orecchie in ascolto della tantissima gente presente nella parrocchia di Bosco Minniti, per essere presente all’incontro di questa “pecora nera”, che ha percorso una strada insolita e lontana dal gregge, ma che ha indicato la via della speranza, della pace, dell’ascolto.