di Letizia Lampo

In molte famiglie si nascondono storie di alienazione, di abusi o di compiacenza. La psicologia si trova spesso a sottolineare che dietro un abusante c’è spesso un abusato. La modalità di funzionamento intimo di una famiglia sottolinea come molte storie di violenze sessuali consentite si creino un loro “senso”, seppure incomprensibile alla logica, un senso “malato” ma credibile: la violenza chiama “necessità” ciò che è un vero e proprio abuso, chiama “amore” ciò che resta una indiscutibile aggressione. E i figli imparano che non c’è alternativa possibile.

C’è una forma di violenza che viene riportata agli ambiti domestici o familiari, una forma di aggressività e di stile corrosivo che distrugge il legame sociale per eccellenza, quello che dovrebbe essere custodito dal concetto stesso di “famiglia” e di comunità affettiva. La violenza domestica, seppure abbia sempre alla base difficoltà o incomprensioni nei rapporti coniugali, è una forma di violenza che ricade sempre sui figli, minori quasi sempre, come se questi fossero solo oggetti di rivalsa.

Quando poi la violenza sui figli degenera sino a coinvolgerli in abusi a scopo sessuale, le questioni psicologiche che si accendono non riguardano soltanto la condizione di malessere immediata ma questa esperienza resterà nei soggetti coinvolti per tutta la vita a seguire. Il fatto che molte violenze si consumino tra le mura domestiche, nei luoghi che dovrebbero escludere e preservare dai pericoli, spinge a chiedersi con quale modalità atti tanto insani riescono a penetrare nel tessuto sociale. Come è possibile che una famiglia non riesca più a garantire quella sicurezza e stabilità necessarie alla crescita dei suoi membri? È la prima domanda che emerge dopo la lettura di certi fatti di cronaca: ma come è possibile tutto ciò? Per tentare una risposta, dovremmo probabilmente agganciare il nostro discorso alla struttura stessa della famiglia, ai cambiamenti che questa ha assunto nel corso della storia più recente per riconoscerle il “peso” di una vera e propria rivoluzione che ha trasformato le basi del funzionamento della famiglia.

Di fatto, le famiglie sono, al di là del contesto giuridico, gruppi affettivi che si riconoscono attraverso due aspetti: l’intimità e l’appartenenza. L’intimità che si sviluppa all’interno delle famiglie rappresenta quell’elemento che mantiene coesi tutti i legami e, di fatto, impedisce al disagio o alla violenza di essere riconosciute per il reale nome che possiedono. Anche se ci sono, forse perché ciascun soggetto porta con sé storie personali che potrebbero motivare rabbie, insoddisfazioni e paure che poi finiscono per essere scaricate sugli altri. Questi aspetti negativi del proprio “essere persona” finiscono tante volte per essere riconosciute come amore, come interesse per l’altro, come soddisfacimento per l’intera famiglia e questo per non alterare delicati e faticosi equilibri. Ciò che impedisce in tante storie di denunciare o di riconoscere un abuso o una violenza è il fatto che questa viene negata dalla famiglia perché considerata tante volte “normale”. Tante volte, molti abusi non si “vedono” o non si trova il coraggio di guardarli. Altri ancora sono parte di un legame sociale che nella violenza hanno trovato una forma patologica di adattamento.

Il vincolo di appartenenza sostiene, ancora, il famoso detto popolare che è poi un modus operandi di taluni legami sociali: “I panni sporchi si lavano in famiglia”! Peccato che in molte famiglie storie di alienazione, di abusi o di compiacenza continuano insistentemente come se la generazione presente dovesse pagare per gli errori passati. Ecco perché la psicologia si trova spesso a sottolineare che dietro un abusante c’è spesso un abusato.

La modalità di funzionamento intimo di una famiglia sottolinea come molte storie di violenze sessuali consentite si creino un loro “senso”, seppure incomprensibile alla logica, un senso “malato” ma credibile: la violenza chiama “necessità” ciò che è un vero e proprio abuso, chiama “amore” ciò che resta una indiscutibile aggressione.

E i figli imparano che non c’è alternativa possibile.

Ogni forma di violenza si deve confrontare con ciò che si definisce “lealtà” familiare: ogni famiglia porta “fede” ad una cultura che la riconosce, a tradizioni di pensiero e di valutazione alle quali ci si accosta per essere considerati parte del gruppo. Anche in maniera perversa. Se l’abuso o la violenza hanno fatto parte di una certa identità familiare, sarà mai possibile tradire tale “credenza” comportandosi diversamente? Quanto spazio trova la paura, lo sconforto, la rassegnazione?

Ecco, dunque, che alla disattenzione di violenze che accadono per anni nell’indifferenza, si dovrebbe puntare all’incontro e al dialogo con le storie dell’altro, con le famiglie, soprattutto quando in difficoltà. Si tratta spesso di storie aliene che hanno bisogno di spazio di narrazione più che di giudizi.

Questo può rispondere alla questione iniziale. È, dunque, possibile che una famiglia viva situazioni patologiche al suo interno e che le protegga dall’intromissione. È possibile che si crei una cultura che restringe ai margini l’altro, che alimenta paura o che smetta di interrogarsi. È possibile che ciò che si dà per scontato – la famiglia come porto sicuro - nasconda in realtà un temibile segreto.