di Veronica Spriveri

 Il termine bullo è entrato ormai nel lessico quotidiano. Un altro studente: ““I bulli sono dei ragazzi che hanno un sacco di problemi a casa e che fuori fanno così per non pensarci”.

Si fa sempre più emergenza sociale il bullismo tra gli adolescenti. I dati degli ultimi anni parlano di un caso su due per la fascia d’età compresa tra gli 11 e i 17 anni, la percentuale maggiore sembra concentrarsi nella fascia tra gli 11 e i 13. Ad essere più spesso vittime sono gli adolescenti che non hanno una vita sociale intensa, la mancanza di condivisione nel gruppo dei coetanei pare aumentarne l’esposizione. Ma cosa ne pensano i nostri ragazzi? Quali sono le loro impressioni in merito? Quando il bullismo è entrato a far parte del loro quotidiano? Condividere spazi di confronto con i ragazzini, in piccoli gruppi, permette di cogliere sfumature che i grandi numeri della scuola poco consentono.  Il termine “bullo” è addirittura ormai entrato a far parte del loro gergo giovanile, anche quando dei comportamenti tipici da bullo non se ne vede neanche l’ombra. Espressioni come “ah, ma allora sei un bullo!” e “ora ti bullizzo!”, ridacchiandoci su, sono quasi all’ordine del giorno. Forse in un ambiente sereno e protetto sarà un po’ un tentativo di esorcizzarne il timore. “I bulli sono quelli che ti vogliono rubare la merenda”, dice qualcuno, “a me, ogni tanto, c’è chi tocca le orecchie perché le ho un po’ a sventola, ma lo so che scherzano”, dice qualcun altro. Qualcuno per difendersi afferma che la cosa migliore sia dirlo agli insegnanti, ma che sia più semplice farlo se sei femmina, qualcun altro, invece, ritiene che sia meglio far finta di nulla perché prima o poi smetteranno da soli. Su una cosa sono tutti d’accordo: “I bulli sono dei ragazzi che hanno un sacco di problemi a casa e che fuori fanno così per non pensarci”. Giada (nome fittizio), ormai alle superiori, ci ha raccontato la sua esperienza in prima media: “C’era un trio di bullette quando ero in prima. Una mia compagna di classe era molto bassa e piccoletta così la presero di mira. Un giorno le fecero un dispetto e io fui l’unica a vedere tutto e ne parlai in classe con il professore. All’ uscita di scuola una di loro ci aspettò al varco e mi diede un calcio sullo stinco e io rimasi ferma e lei se ne andò.  Io e la mia amica piccoletta continuammo il tragitto di casa guardandoci le spalle, impaurite, ma non c’era nessuno e nei giorni successivi avevo tanta paura di trovarmela di nuovo contro. Raccontai tutto a mia sorella a casa e non so se lei fece qualcosa o ne parlò con qualche insegnante, ma nulla più successe. Il trio poi venne bocciato, mi sembra un po’ brutto dirlo, ma ne fui sollevata.”. Forse il “terrore” di Giada aveva bisogno che qualcuno la guardasse negli occhi per farle vedere la propria anima, forse nessuno mai aveva, con lo sguardo, con le carezze, tracciato i confini dell’anima di quella bulla, restituendole il senso di umanità. Leggendo tra le righe, una cosa pare certa: che siano bulli o vittime, sono ragazzi poco sereni. Son ragazzi spesso soli, in balia dei cambiamenti della loro età. Solitudine, pochi limiti, poche regole. Occorre un grosso esame di coscienza, perché se una cosa è certa, è che alle spalle di questi ragazzi ci siamo noi, la società tutta. E nessuno deve restare solo.