di Salvo La Delfa

La Mindfulness è una tecnica che permette di affrontare in maniera diversa i naturali ostacoli della vita, con minore resistenza, maggiore resilienza e maggiore serenità. Si applica con i corsi destinati al “grande pubblico”, aziendali o scolastici,  per  malati terminali, pazienti con dolori cronici, persone che soffrono a causa di dipendenze, detenuti e soggetti con fenomeni di depressione ricorrenti.

Abbiamo incontrato Claudia Vettore, formatrice di “Mindfulness”. Abilitata all’insegnamento dal “Centre for Mindfulness dell’Università del Massachusetts”, Claudia ha sviluppato notevole esperienza anche su Mindfulness per bambini e adolescenti. Claudia è inoltre traduttrice, interprete, guida e designer di tour esperienziali, insegnante di lingue, ha vissuto e lavorato in diversi luoghi sia in Italia che all’estero (Regno Unito, Belgio, USA, Lussemburgo), ha una passione per il cinema, i viaggi, il trekking e il tango argentino.

Claudia, che cos’è il Mindfulness?

La definizione più classica è quella suggerita da Jon Kabat-Zinn nel suo primo libro (“Vivere momento per momento”), pubblicato alla fine degli anni ’70, in cui il giovane ricercatore medico si rifà a tecniche di meditazione orientali per trattare e invitare i pazienti della University of Massachusetts e, in generale, del mondo occidentale ad affrontare in maniera diversa i naturali ostacoli della vita, con minore resistenza, maggiore resilienza e, in fin dei conti, maggiore serenità.

In che modo questo può avvenire?

Aumentando la capacità di prestare attenzione, con intenzione, al momento presente (qualunque esso sia), senza giudizio, senza paragoni, con specifici atteggiamenti: gentilezza, mente del principiante, non reattività. Quindi la Mindfulness/consapevolezza non è un concetto astratto da descrivere in enciclopedie, è un’abilità che è necessario recuperare.

Perché da recuperare? Vuoi dire che noi possediamo già questa capacità?

Da bambini siamo naturalmente attenti a ciò che accade attorno a noi, meno propensi a trarre conclusioni, a farci scoraggiare da pensieri negativi o persino ossessivi. Non abbiamo mai sentito un bambino piccolo cadere e rialzarsi dicendo “sono il solito idiota” o “non ce la farò mai”. Crescendo acquisiamo moltissime abilità utili alla sopravvivenza, ma la mente finisce per avere la meglio e ci porta spesso alla deriva, più spesso di quanto sia effettivamente utile. E come darle torto, in un mondo in cui le giuste reazioni istintive che un tempo ci erano utili per far fronte ad un pericolo effettivo diventano iperboli di reattività nei confronti di troppi stimoli, tecnologici o relazionali, che caratterizzano il mondo odierno?

La Mindfulness ci permette di “semplificare”, di “tornare a casa”, di fermarci anche solo per un paio di respiri, di ritrovare il contatto, la connessione e l’attenzione con ciò che è dentro e fuori di noi - a partire dai sensi, ma anche a livello emotivo e mentale. Di riconoscere che stiamo per reagire in base al nostro “pilota automatico”, che l’eccesso di richieste ci sta causando stress che percepiamo forse in un punto specifico del corpo, che non stiamo riuscendo a focalizzarci mentre facciamo tre cose allo stesso tempo, che senza pensarci stiamo per finire l’intero pacchetto di biscotti o patatine per saziare una fame che non ha nulla di fisiologico,  che quello che ci dice il nostro capo, o il partner, o un amico, preme quel “tasto rosso” interno che sta per farci reagire in quel modo che poi rimpiangeremo.

Claudia, perché questo termine inglese anche un poco difficile da pronunciare?

Cominciamo da una piccola polemica che sento spesso e che da linguista non posso in parte non condividere. Esiste intanto una differenza tra “mind full” e “mindful” che significano, letteralmente, “con la mente piena” e “in piena presenza”. Da traduttrice, trovo effettivamente insoddisfacente la versione italiana: consapevolezza, o presenza mentale. Effettivamente questa traduzione non basta.

A distanza di 40 anni dalla pubblicazione del libro di Kabat-Zinn, come si è diffusa la Mindfulness?

La Mindfulness trova ed ha trovato diverse applicazioni nel mondo occidentale: dai corsi destinati al “grande pubblico”, riconosciuti e addirittura sovvenzionati dalle autorità sanitarie e persino dalle compagnie assicurative di molti paesi del nord Europa, a gruppi destinatari più specifici, come aziende (Google ha sviluppato il proprio programma intitolandolo, ovviamente Search Inside Yourself), scuole (esistono programmi proposti da varie associazioni di insegnanti, perlopiù americani e inglesi, come Mindful Schools e dr. Amy Saltzman), malati terminali e famiglie, militari, pazienti con dolori cronici, persone che soffrono a causa di dipendenze (alimentari o di altro tipo), detenuti e, ovviamente, soggetti con fenomeni di depressione ricorrenti.

Quali sono gli effetti sulla salute della Mindfulness?

Gli approcci basati sulla Mindfulness sono stati oggetto di moltissimi studi clinici e scientifici che hanno provato che la Mindfulness ha la stessa validità degli psicofarmaci nelle terapie di mantenimento e prevenzione di ricadute depressive. Inoltre, gli studi hanno provato che quelle aree del cervello più reattive ed emotive risultano più contenute dopo una pratica costante (grazie all’ormai nota neuroplasticità) e  che la Mindfulness stimola l’attenzione, la concentrazione, la regolazione emotiva, la motivazione a lavoro, la qualità delle relazioni umane. E tutto questo “solo” con la pratica, guidata inizialmente, e poi autosomministrata una volta che si è (re)imparato questo approccio.

Finora abbiamo parlato di cos’è la Mindfulness. Ci dici cosa essa non rappresenta?

Mindfulness non è miracolosa, né è una panacea per tutti i mali, non è una terapia, ma un supporto a qualsiasi terapia farmacologica o psicologica, non provoca necessariamente il rilassamento (anzi, inizialmente guardare in faccia ciò che abbiamo la tendenza ad insabbiare può suscitare forti reazioni emotive, non troppo piacevoli, né certo rilassanti); non è assimilabile al cosiddetto “pensiero positivo”, perché invita proprio a trovare il coraggio di riconoscere ad affrontare le situazioni spiacevoli o le parti di noi che non ci piacciono o di cui ci vergogniamo; non è “religiosa” (non ci sono mantra né uso di parole in pali o altro che la leghi indissolubilmente al Buddismo). E non è nemmeno una cura, una “soluzione” perché, come scrive Jon Kabat-Zinn, non c’è niente di sbagliato in noi, nessuno è “rotto” - non c’è nulla da “raddrizzare”, “riparare”, cambiare, migliorare, perfezionare.