di Francesca Garofalo

La libreria Diana è stata sede della presentaziondel libro “Prima di aprire bocca”, Guerini ed Associati editore, scritto da Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra e psicoanalista, Presenti Letizia Lampo, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del Centro Ananke per la cura dei disturbi alimentari di Siracusa e Giuseppe Matano, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore dell’omonimo Centro nella sede di Palermo

 

La nascita come un processo naturale, accoglienza di una nuova vita, di un corpo, che sin dal primo vagito viene esposto a dei processi meccanici in grado di determinarne il benessere, quali la taratura, la pulizia, la vestizione che sono parte della cultura con cui, quel corpo, inizia il suo dialogo. Subito dopo si ritrova catapultato in un sistema culturale in cui si ha una conoscenza dell’amore approssimativa e relazioni in cui non si viene riconosciuti, con un conseguente disagio che, spesso, si rispecchia su quel corpo, trattato come mero involucro e strumento per esprimere un’opposizione ad un mondo stravolto. Questo alla base dei disturbi del comportamento alimentare, non solo una questione di cibo ma prima di tutto un fattore culturale, tema dibattuto ieri alla libreria Diana ed argomento del libro “Prima di aprire bocca”, Guerini ed Associati editore, scritto da Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra e psicoanalista, direttore sanitario della comunità di recupero per i disturbi del comportamento alimentare "Villa Miralago" di Varese. Insieme all’autore, presenti Letizia Lampo, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del Centro Ananke per la cura dei disturbi alimentari di Siracusa e Giuseppe Matano, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore dell’omonimo Centro nella sede di Palermo. Un libro dal titolo emblematico, frutto di un’esperienza personale e soprattutto umana, che si apre con quello che era destinato ad essere l’ultimo capitolo, l’epifania della nascita del figlio di Mendolicchio, momento di gioia ma anche attimo in cui l’autore prende coscienza che l’individuo viene da subito marchiato con due nomi: quello dell’alfabeto e l’indice numerico che ne specifica il peso. Si crea così il passaggio dal meccanismo naturale, il bios, dall’utero materno alla bilancia e all’umano, dove comanda l’altro con le sue regole. Questo evento ha disvelato all’autore il corpo come medium principale, usato da ragazze/i che soffrono di disturbi alimentari, per un riscatto al mancato riconoscimento della propria unicità, per ripararsi dal male che si riceve e nascondendo inconsciamente una domanda di amore.

Sentimento che dev’essere inteso non come un donarsi e ricevere l’altro in dono, bensì mettere in contatto le parti più vere di sé, comprese quelle peggiori e sopportare la propria verità imparando a riconoscere quella dell’altro. Amore è  quindi riconoscere e sentirsi riconosciuti, si può  esistere solo nella dimensione dello sguardo dell’altro, il quale si porta dietro un corteo di parole che permettono di capire che posizione si è  in grado di occupare nella sua vita. Allora, in che modo si può collegare l’amore al cibo? “Esso”, dice il dottore Mendolicchio, “ha un ruolo specifico nello studio dei disturbi alimentari. Oggi è  un sentimento banalizzato, è  qualcosa che si sceglie, non che capita. È un riconoscimento, io sento che per l’altro esisto e lo introietto. Ciò non accade per chi soffre di un disturbo alimentare, non c’è  possibilità  di portare l’altro dentro di sé,  se prima non c’è  possibilità  di riconoscersi attraverso l’altro, atto che trascende dalla materialità”. Difficile però realizzare tutto ciò in una società in cui lo sguardo è distratto, alienato, che non permette di essere soggetti ed individui specifici a causa di canoni e stereotipi. Come comportarsi?  “Bisogna combattere lo slogan”, dice il dottore Matano, “dove si ha uno schiacciamento dell’immagine con parole cristallizzate che non hanno a che fare con la messa in gioco dell’altro. Hengel parla di autocoscienza che vuole essere riconosciuta da un’altra autocoscienza e non da chi ti schiaccia”.

Il riconoscimento, dunque, elemento imprescindibile e punto focale dell’attività di villa Miralago, luogo di cura ed in cui emerge prima di tutto l’umanità dell’equipe. “Una ragazza con disturbi”, prosegue Mendolicchio, “dovrebbe tornare a stare meglio nel momento in cui vede che c’è  qualcuno che è  fatto di un’altra “pasta” da ciò  che trova per strada (egoisti, sessisti, aggressivi, violenti). Deve poter trovare qualcosa di appetibile e una parte buona che non è buonismo, che può  aprire uno spiraglio. L’unica cosa che può far sì che un soggetto esista, è che trovi la sua cifra, cioè la sua unicità e specificità. Questa cosa vale per tutti-conclude- solo che per alcuni è più difficile, soprattutto in una società che non attende. Bisogna trovare uno spazio di attesa dove si può scommettere sul soggetto, il quale può trovare la sua particolarità”. A dover combattere contro i disturbi del comportamento alimentare soprattutto le donne in Italia, il 95,9%, “alle quali è stata sottratta la possibilità  di consolidare il femminile in alternativa del maschile e in continua lotta per trovare quella specificità per potersi rapportare agli occhi dell’altro”. A tal proposito, non è casuale la scelta del nome dei centri di cura per i disturbi del comportamento alimentare: Ananke, dea della necessità di cui parla Platone nel “Mito di Er”, X libro de la Repubblica. La dea illustra ad Er che le anime possono scegliere la vita in cui incarnarsi: “Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon”. Siamo noi artefici del nostro destino. La dea ricorda che l’unica possibilità per sostenere questa enorme responsabilità, è il legame con l’altro e il legame sociale