di Claudia Bottaro

 

Cappuccio, Fai, Curi, Vecchi, Maffei si sono confrontati sul tema delle intelligenze artificiali.  Lorenzo Maffei: “Le intelligenze artificiali sono carenti di relazioni umane e portano all’insorgere di patologie e disagi comuni soprattutto nei giovani”.

In occasione della XVI Edizione del Premio di Filosofia “Viaggio a Siracusa” dal titolo “L’intelligenza artificiale tra realtà aumentata e patrimonio simbolico perduto”, si è avuta l’opportunità di riflettere su una tematica molto vicina alla nostra quotidianità. Nonostante l’assenza di Remo Bodei, i relatori coordinati da Roberto Fai, hanno argomentato e affrontato il tema dell’intelligenza artificiale da punti di vista differenti. L’introduzione di Elio Cappuccio ha posto in risalto lo stretto legame tra le economie finanziarie e le nuove tecnologie, asserendo l’indispensabile necessità di dover viaggiare sullo stesso binario e contestualmente far sì che le economie si adeguino alla rivoluzione digitale, permettendo all’intelligenza artificiale di diventare il suo punto di forza.

Lamberto Maffei a cui è stato conferito il premio di filosofia “Viaggio a Siracusa”, in seguito ad un excursus storico sulle macchine artificiali ha posto l’accento su un problema di natura globale, cioè l’automazione. Maffei nella sua relazione ha sostenuto il carattere prettamente economico delle intelligenze artificiali, a suo parere carenti nelle questioni riguardanti la sfera delle relazioni umane. Gli “strumenti del potere”, porterebbero all’insorgere di patologie e disagi comuni soprattutto nei giovani, si parla della solitudine, di alterazioni del comportamento, di perdita di valori, tutti fenomeni collaterali della cultura digitale. Le macchine non danno nessuna risposta per fronteggiare tale problema. “Insegniamo ai giovani”, continua Maffei, “la necessità del contatto con il prossimo, non tramite gli smartphone o i social media ma attraverso il riconoscimento del reale, della vita vera e di tutto ciò che si possa toccare con mano. Giovanni Vecchi, economista, attraverso un’attenta analisi sulla storia del benessere ha evidenziato un’importante questione: Quali sono stati i contributi della storia economica in riferimento alla tecnologia? Vecchi pone attenzione non al PIL di una nazione, bensì al grado di povertà e benessere del territorio. Analizzando i dati ISTAT tradizionali sull’aumento della povertà (che genera paura e angoscia di non riuscire a conquistare lo stato di benessere) è stato rilevato che tale processo, influenza tutte le aree geografiche, ma con velocità diverse (divergenza tra Nord e Sud). Continua Vecchi: “La tecnologia sarà in grado di salvarci dalla paura e dalla povertà?

La tecnologia è necessaria ma non sufficiente. Quando una società smette di crescere, si innescano conseguenze morali: chiusura, intolleranza, immobilità sociale e disuguaglianza, attivando un circolo vizioso in cui questi stessi valori diventano nemici della crescita economica”.

A chiusura del convegno, la relazione finale è stata affidata a Umberto Curi che ha evidenziato le difficoltà che si hanno nel definire “l’intelligenza”, procedendo con una indagine etimologica del termine (Intus-Legere, leggere dentro, capacità di andare oltre la superficie). Nel mondo Greco antico l’intelligenza possedeva l’ambivalenza del saper fare “Mètis” e dell’intelligenza inattiva e contemplativa, “Noûs”. Inserito nel tema dell’Intelligenza Artificiale, afferma il filosofo:” Essa è propria della mètis, è insieme fare e progettare.” Curi sostiene facendo riferimento a Marx e al suo “sistema automatico di macchine”, che il comando dispotico delle macchine annienterà il valore dell’intelligenza umana a favore dell’Intelligenza Artificiale.