di Francesca Garofalo

Una panoramica sul concetto di scultura dalla fine dell’ottocento ai giorni nostri con tre direzioni geografiche. Vincenzo Sanfo, curatore della mostra: “Ho voluto mescolare antico e contemporaneo perché l’arte ha fatto sempre scalpore”

 

Una location suggestiva, allestita ad hoc per una mostra mai realizzata prima nell’Isola, unica per complessità e completezza che prende il nome di “Ciclopica”, evocatrice della straordinaria impresa di riunire in un unico spazio sculture di piccole ed imponenti dimensioni. Aperta al pubblico dal 27 marzo al 30 ottobre nel complesso dell’ex convento di San Francesco D’Assisi, la mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, presidente del Centro Italiano delle Arti e della Cultura di Torino, è  un progetto di Sicilia Musei, in collaborazione con Diffusione Italia International Group e l’associazione Dietro le quinte con il patrocinio della città  aretusea. “L’intesa con Sicilia Musei”, dice il sindaco Francesco Italia, “contribuisce ad innalzare il livello culturale della città. Negli ultimi anni la presenza e la permanenza dei turisti è aumentata e questa mostra consentirà a chi viene a Siracusa di prolungare la sua permanenza con attività e godere delle bellezza ma anche dell’offerta varia”. L’elenco di artisti in esposizione è vario dai più noti ai meno noti: Auguste Rodin, Alberto Giacometti, Man Ray,  Roberto Capucci, osannato da Valentino Garavani e Karl Lagerfeld; Franco Garelli,  Marino Marini, Umberto Mastroianni, Floriano Bodini e Giuseppe Maraniello per citarne alcuni. Le sculture dialogano con lo spazio e sono realizzate in materiali differenti: marmo, bronzo, carta, terracotta, poliuretano, plastica e vetroresina conducendo l’occhio dello spettatore in un percorso che non ha un andamento cronologico, ma cerca di stimolarne l’intelligenza con assonanze tra artisti, sculture e materiali in simbiosi con lo spazio a disposizione. È una panoramica sul concetto di scultura dalla fine dell’ottocento (anche se la prima opera è una testa di Buddah del 1600) ai giorni nostri con tre direzioni geografiche: Africa, con delle maschere tribali, Europa con opere greco-romane e Asia con sculture di artisti della seconda generazione della scena contemporanea cinese. Varcando il portone dell’ex convento, nel cortile ci si trova al cospetto delle opere colorate di Sebastian, il più grande scultore messicano vivente ed erede della monumentalità di Diego Rivera: difficile pensare che si tratti solo di bozzetti date le dimensioni di 4-5 metri, mentre le sculture reali possono raggiungere anche i 50 metri. Presente all’inaugurazione, l’artista ha espresso la sua gratitudine per aver assistito e preso parte ad una mostra nella città del grande Archimede, poiché le sue opere rievocano visibilmente la geometria e la matematica. Oltrepassando le statue di Rabarama, di Achille Alberti, Sandro Chia, Girolamo Ciulla e Giuseppe Bergomi comincia il percorso interno  accolti da una grande testa di Buddah trovata in Cina e portata in Europa, immergendoci subito in un’atmosfera tale che  le sculture, pur essendo differenti tra loro, presentano un’affinità nella storia dell’arte intesa come una grande catena dove un anello si aggancia all’altro. Arman, Bodini Floriano, Arnoldo Pomodoro, Marco Lodola catturano l’attenzione dello spettatore per poi arrivare davanti al “profilo continuo del Duce” di Renato Bertelli, ad Auguste Rodin con il suo “Pierre de Wiessant”, alla “Medusa” di Ivan Theimer, a Giacomo Manzù ed Aligi Sassu. Il percorso termina con l’ingresso nell’ultimo allestimento, dove nel pavimento è possibile avere un contatto tangibile con una delle opere, “calpestando” i dollari di Song Yong Ping. Al muro, invece,  si trovano le teste dei “Guerrieri di Xian”, rivisitate da Zhang Hongmei fino agli intrecci di rame di Anna Santinello. E ancora, perdersi per un attimo nel non sense Dada con il “Cadeau” di Man Ray, osservare i due abiti scultura di Roberto Capucci che riprendono tre piccole creazioni, “opere da camera”, formate da giornaletti ripiegati su se stessi di Stefano Arienti. Riflettori puntati anche su opere di artisti ingiustamente caduti nell’oblio, come “La Pietra dell’Amore” di Mario Giansone, artista che rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia e la donazione di una sua opera a Peggy Guggenheim che la desiderava nella sua collezione. Poco noto tra il grande pubblico, Mario Giansone vantava tra i suoi collezionisti Umberto e Gianni Agnelli che arredarono il palazzo della Sai con le sue opere. “In questa esposizione”, dice Vincenzo Sanfo, curatore della mostra, “ci sono dei nessi tra i vari artisti anche a distanza di anni e tempi molto lunghi. Non c’è un andamento da antico a contemporaneo, di tipo temporale, ma ho voluto mischiare le cose perché l’arte è sempre contemporanea e ha fatto sempre scalpore. Un’ampia sezione è  dedicata alla Cina che, fino a dieci anni fa, non compariva nelle graduatorie artistiche ed in questo arco di tempo ha raggiunto, per volume di affari, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nel mercato dell’arte. Quello che consiglio, è di visitare la mostra con un occhio rilassato e di scoprire cose che resteranno in mente e ritorneranno nel tempo”.