di Francesca Garofalo

Presentato all’Urban Center il libro Premio Strega Giovani 2018. Presenti, oltre l’autrice,  Salvo Santuccio e Francesco Italia

 

Un destino ineluttabile da cui sfuggire, del quale non si è padroni poiché imposto dall’alto, dall’autorità. Dove rifugiarsi? Che ne sarà del futuro? È possibile restare nella propria terra o è  urgente fuggire? È il 1938, in Italia vengono promulgate le leggi razziali che determinano la privazione dei diritti più elementari: frequentare la scuola pubblica; avere una radio; tenere una domestica ariana; andare al parco pubblico… A fare i conti con questi interrogativi i protagonisti del romanzo di Lia Levi “Questa sera è già  domani”, Edizione e/o, vincitore del Premio Strega Giovani nel 2018, presentato ieri all’Urban Center. L’incontro, organizzato da Demea Eventi è parte del progetto della Biblioteca comunale “Siracusa che legge”, ha visto in apertura i saluti del sindaco Francesco Italia per poi proseguire con un dialogo letterario e storico tra l’autrice e il professore Salvatore Santuccio. Una storia vera ispirata al marito Luciano Tas, scrittore e saggista, ambientata nella Genova del 1937, con protagonista la famiglia ebrea Rimon composta da Alessandro, mamma Emilia e papà Marc. Alessandro è il piccolo narratore della storia, è un bambino sveglio, a cinque anni legge e scrive e per questo viene inserito a scuola con bambini più grandi. È il genio della famiglia, che la madre loda continuamente e per il quale sogna un futuro radioso. Marc è un tagliatore di diamanti, nato in Belgio ma con passaporto inglese. È un uomo mite, intelligente, non ama i conflitti, soprattutto con la moglie Emilia che, invece, non fa altro che criticare chiunque e punzecchia Marc continuamente. A causa delle leggi razziali, Marc “cittadino straniero entrato in Italia dopo il 1912” riceve l’avviso di espulsione. È così che la famiglia Rimon capisce veramente che le cose per gli ebrei sono cambiate. Il passaporto inglese di Marc gli permetterebbe di andare in Inghilterra ma Emilia, caparbia, non vuole lasciare l’Italia e non le interessa se il figlio Alessandro dice che è meglio fuggire, finché c’è tempo. Con le leggi razziali i bambini ebrei vengono cacciati da tutte le scuole, ai lavoratori come Marc viene tolta la licenza, il cugino Carlo viene licenziato dalle Ferrovie. Così anche i tanti ebrei non osservanti come la famiglia Rimon si ritrovano in un lugubre corteo di ebrei dispersi, tutti insieme perché il marchio che li ha divisi dagli altri italiani, li ha anche raccolti in una comunità. Si incontrano disorientati e confusi per capire come salvarsi la vita, come fuggire, come restare. Quel bambino geniale poi disprezzato dalla madre per non essere poi un vero prodigio, forse ha con sé ciò che permetterà alla famiglia di salvarsi, determinando un colpo di scena per il lettore.

Un periodo storico che ha segnato le vite di molti italiani ebrei, di cui 500 siciliani, secondo quanto riportato dagli atti di polizia dell’Archivio di Stato. Tra le numerose storie di ebrei perseguitati in Sicilia, c’è anche quella di un uomo nato in Turchia, sposato con un’ariana cattolica di Canicattini e facchino d’albergo presso l’hotel Milano in Corso Umberto, intimato ad andare via con un decreto di espulsione da compiere a proprie spese, pena la deportazione in un campo di concentramento. Un destino segnato dalla fortuna, che lo riporterà a Canicattini dalla moglie con l’arrivo degli alleati nel ’43, con la perdita delle sue tracce nel ’44, perché poco rilevante per lo Stato. Fuga, accoglienza, emigrazione ed anche bullismo, sono aspetti che hanno caratterizzato la vita di molti perseguitati e che sono affrontati nel romanzo di Lia Levi, con un notevole riscontro nel presente. Temi scelti volutamente dall’autrice tra questi, l’episodio di respingimento dalla Svizzera, in cui le parole dell’ufficiale sono quelle prese da un giornale di oggi. Non sono mancate considerazioni, sulla libertà di espressione, riguardanti il caso della professoressa Dell’Aria di Palermo, espulsa per non aver vigilato sul lavoro degli alunni che hanno accostato le Leggi razziali di Mussolini al Decreto sicurezza di Salvini. Docente alla quale Lia Levi si è sentita vicina perché la donna durante un’intervista, aveva in mano il suo libro, con il quale ha sensibilizzato gli alunni. “Il fatto è  inaudito”, dice Lia Levi, “non si è  mai sentito nel campo della scuola una censura di questo genere. La docente era in buona fede. Il paragone tra leggi razziali e decreto non era esatto storicamente e politicamente e nuoce a tutte e due le cause: da un lato non c’è  rispetto per quello che è  stato un crimine dell’umanità, verificatosi con una dittatura con persone condannate per il semplice fatto di esistere e dall’altro un crudele ed inutile decreto che contravviene ad una legge naturale prima che scritta, cioè  che le persone si salvano. Appellarsi a qualcosa del passato paragonandolo a quello che stai vivendo non giova, perché non analizzi e se non analizzi non si può contrastare”. Il passato, dunque, come strumento per arricchirsi e formarsi e non da applicare come formula. Esso può esprimersi nella letteratura che, rispetto alla storia, dice come sono accaduti i fatti e trasforma il disegno storico in persone, nel caso di “Questa sera è  già domani” la famiglia, dove ci sono esseri umani con difetti e nei quali ci si può  identificare. La storia così entra dentro, attraverso la partecipazione alla sofferenza e permette di riflettere. Identificazione che nel caso dei giovani non è semplice e che Lia Levi riesce sempre ad ottenere. Il segreto? La capacità dell’autrice di saper conoscere il proprio interlocutore e scrivere in modo semplice e non banale: “Un libro migliora l’essere umano, perché  mette in moto la sensibilità, ti permette di scegliere e ti rende una persona che pensa e sente. Il linguaggio deve essere spontaneo, senza imitare quello dei ragazzi, perché se ne accorgono se lo fai”. Immancabile nel romanzo anche un riferimento al bullismo, identificato come una forma di razzismo, che è sempre esistito ed ingigantitosi con i social, scudo di una vigliaccheria con la quale si tira fuori quello che non si sarebbe mai mostrato agli altri, scatenando un odio primordiale. Una piaga che si può combattere agendo direttamente sui testimoni, sui ragazzi che non intervengono alla vista di certi atti.