di Letizia Lampo

Negli ultimi mesi sono stati tanti i casi di tentato suicidio e di suicidi anche a Siracusa. Il giovane uomo che ha tentato di lanciarsi dalla Fontana Aretusa, il sessantonovenne che si è tolta la vita impiccandosi e la giovane insegnante di Floridia, Simona, che ha deciso di farla finita. E' giusto fare una riflessione e porsi delle domande

 

Per molti, le cronache giornalistiche riferiscono appena le iniziali del nome, per altri questo rimbomba nelle orecchie di chi lo ascolta come se colpisse quel sottile strato vulnerabilità in cui tutti siamo immersi, per il semplice stato di essere “umani”. E crea sgomento, paura, desolazione. A balzare agli onori della cronaca siracusana, in queste ultime settimane, ci sono state molte “storie” di uomini e donne che hanno deciso di porre fine alla loro vita con atti suicidari o che a questi hanno meditato, pur senza riuscirvi. Storie, appunto, che arrivano dai titoli dei giornali agli occhi di chi legge con una sofferenza che sembra poter essere compresa e condivisa da tutti. Come se appartenesse a tutti.

La storia di quel giovane uomo che, nella notte tra l’8 ed il 9 febbraio scorso, il folle gesto ha tentato di compierlo lanciandosi nella grande vasca di Fontana Aretusa, nel centro storico, la vicenda di quel sessantanovenne che la vita è riuscito a togliersela qualche giorno dopo, appena il 12, impiccandosi con una corda nel suo appartamento, sempre in Ortigia, sino al gesto estremo di Simona – di questo la cronaca ha reso nota l’identità – l’insegnante di Floridia che, sempre il 9 febbraio, ha deciso di chiudere, con quell’inaspettato gesto, una vita che, probabilmente, sentiva come estremamente dolorosa ed intrattabile: questi gli accadimenti che hanno lasciato senza fiato e che restituiscono il senso, tutto da ritrovare, in vicende che si concludono come mai si dovrebbe chiudere una vita umana. Nella disperazione.

Entrare nelle dinamiche della scelta volontaria di porre fine alla vita non è mai semplice. Non è mai possibile ritrovare una causa ultima all’atto suicidario. Ci sono “storie” che hanno bisogno di essere riconosciute e nominate secondo la loro indiscutibile soggettività. Ci sono sofferenze precise, vicende di vita che si snodano, spesso silenziose, mai narrate, in contesti in cui – e tante vote così accade – mai si poteva immaginare la macchinazione di tale atto. Eppure, la sofferenza tante volte trasborda, si ritiene intollerabile e si preferisce la morte alla vita stessa. Ci sono situazioni che intrecciano tanto silenziosamente dolori interiori smisurati che tanti atti appaiono realisticamente imprevedibili. Altri no. Risuonano come grida di riconoscimento, richieste di aiuto che si rivolgono ad un “Altro” dal quale ci si vorrebbe sentir compresi, capiti, ascoltati.

Dentro la sofferenza intrinseca all’atto suicidario c’è sempre e comunque un “messaggio”. Ciò che cambia è se questo messaggio un destinatario lo ha o se, autisticamente, questo riecheggia solo nella profondità di chi abita il suo clima di solitudine. Come una “lettera spedita a se stessi”. Spesso, l’atto suicidario e, nello specifico, molti tentati suicidi, rappresentano, invece, una dichiarata richiesta d’aiuto. Lasciano segni, dichiarazioni, parole che allarmano, che desiderano destare attenzione. Sono soggetti che si rivolgono a “qualcuno” perché li guardino, li riconoscano, accolgano il loro dolore. In certe personalità, la sofferenza psichica che rientra in stati riconoscibili come “depressivi”, a volte conclamati anche psicopatologicamente, si erge davanti a momenti di storia personale legati magari ad una perdita, ad un lutto, ad una separazione, ad un cambiamento repentino o inatteso. Sono questi accadimenti soggettivi che finiscono con l’aprire una vera e propria voragine di cedimento interiore, un crollo intimo, profondo, che costringe la persona a chiudersi dentro una bolla di tempo e di spazio che si estende esasperatamente e non permette faglie all’ingresso di nuove opportunità. Se la chiusura davanti ad un momento di difficoltà potrebbe intendersi come uno step essenziale per riorganizzare nuove modalità di adattamento al mondo e all’ambiente, per alcuni soggetti questo step finisce col diventare intollerabile, inabitabile, eccessivamente alieno. Un luogo interiore arido e irrespirabile, da sospendere a tutti i costi. Fosse anche la vita!

Ed è in questo stato, che potrebbe essere temporaneo e naturale davanti ad un periodo di oggettiva difficoltà, che il soggetto può tracciare la sua “posizione di dolore”: può permettersi di rivolgersi a qualcuno, un Altro che, come insegna la psicoanalisi, è da cercare prima al suo interno e poi attorno a sé per richiamarlo e portarlo alla parola, oppure può abdicare a tale incontro, estinguere quest’altro da sé e optare per una rimozione interiore di ogni possibilità o speranza di condivisione con l’Altro di un dolore che sente abitare dentro il proprio corpo, in un punto così profondo da non poter avere compagni, un luogo oscuro dal quale non può ripararsi, nemmeno con l’incontro.

Ecco, dunque, come  la “depressione” può tracciare due grandi linee di confine: una attraversabile dal confronto e da una possibile richiesta d’aiuto, anche se interpretabile o rintracciabile in comportamenti confusi o evitanti, quelli di chi soffre e all’apparenza si allontana proprio per verificare se c’è qualcuno disposto a cercarlo; un’altra meno chiassosa, che ha perso le parole per raccontarsi e si lascia assorbire da quel vuoto che in tanti hanno cercato di descrivere, anche nelle arti e nella poesia. Per questi ultimi, è la vita stessa che finisce con pagare il conto più alto. Ed è la morte, ahimè, che per Simona e per gli altri che hanno affrontato questa scelta nelle settimane scorse si è mostrata come un ancoraggio ben più stabile e sicuro.