di Veronica Spriveri

 

“Ho avuto un vuoto, la professoressa si è arrabbiata ed io ho cominciato a piangere, davanti a tutta la classe”, racconta Valentina. Jacopo: “Io metto le carte dei Pokemon nel portacolori, mi danno l’energia”

 

“La maestra mi ha dato 6, è un voto basso, vero? Io però ho studiato!”.“Sono stato bravo? Ma tu quanto mi daresti?”. “Non sono andato a scuola, mi faceva male la pancia”.

Frasi quotidiane di bimbi e ragazzi alle prese con l’ansia da prestazione scolastica. Sono loro a chiedere voti e giudizi, hanno imparato che funziona così. Questa società pare abbia bisogno di metterli in scatola per farne delle categorie facili da gestire: bravo, buono, cattivo, da 7, da 6, insufficiente, potresti fare di più. E quando un bimbo è difficilmente collocabile, nascono nuove sigle.

Abbiamo parlato un po’ con loro, con i ragazzi siracusani, e aneddoti e racconti non sono mancati:

“Certe volte mi spavento di non trovare mamma all’uscita o di non trovare casa mia, col mio letto e il mio cuscino”, confessa Antonio. “A me viene mal di pancia quando devo essere interrogato, soprattutto se quella lezione non mi è piaciuta tanto”, racconta Lorenzo. “Certe volte la maestra spiega, ma io non le dico che non ho capito, mi vergogno e ho paura che si arrabbi. Quando urla mi dà fastidio, me ne andrei”.

“Io ho paura di bloccarmi, sembra che mi manchi il cervello certe volte, dice Luigi. “Non mi piace quando la maestra dice che faccio scena muta. Se mi fa una domanda forse mi ricordo. Se si arrabbia sto zitto lo stesso”. “Io parlo sempre quando mi chiede la lezione, non mi fermo, così non mi fa domande. E lei è contenta”, ricorda Adriana, mentre Jacopo ha la sua strategia: “Io mi metto le carte dei Pokemon nel portacolori, mi danno l’energia”.

Valentina, secondo liceo, da giorni sapeva che avrebbe dovuto affrontare l interrogazione di diritto per recuperare l’insufficienza: “Mi ha interrogato, ci sono andata nonostante ci siano delle cose che non ho capito bene, mi vergogno a chiederle. Ad un certo punto mi sono fermata perché non mi ricordavo la parola “scrutinio”, avevo il vuoto. E la professoressa si è arrabbiata. Mi sono bloccata del tutto e ho cominciato a piangere, davanti a tutta la classe”.

Luisa, ormai diplomata: “Studiavo molto da bambina, ero una delle prime della classe, così mi definivano. La maestra un giorno mi interrogò in scienze, ma io non risposi. Non ricordo perché non sapevo rispondere, forse non avevo capito o forse era successo qualcosa a casa. Una cosa però me la ricordo bene: quel dannato “impreparata” scritto in rosso sul libro, in tutte e due le pagine. Un marchio, un segno a vita. Per tutto l’anno scolastico me lo trovai lì, per mesi. E anche negli anni successivi, perché non buttai i libri, né li misi in vendita. Un marchio che mi ha detto che non è possibile avere un attimo di leggerezza, un attimo in cui essere fragili. Un giudizio che ancora sta lì, come un grande occhio che ti fissa mentre aspetta che tu cada di nuovo. La punta sottile di una Staedtler rossa può essere un’arma. O ti lusinga o ti schianta, o sei up o sei down”.

Certo, degli strumenti di valutazione bisogna pur averli, qualcosa che permetta di accelerare i tempi in questa scuola con classi strabordanti di alunni, in cui il rapporto umano si dilata e perde intensità tra le ore, le mura, le mille cose da fare, gli standard da rispettare.

Sembra che la scuola sia diventata una grande impresa, in cui tutto debba essere catalogato e corrispondente a modelli da seguire. Già, modelli. Il fatto è che i modelli sono lontani dal reale e in questo andare per categorie, si è forse un po’ dimenticato il lato umano e fascinoso dell’apprendimento. La scuola punta oggi alle performances, l’apprendimento è diventato un riempimento cerebrale di file e l’insegnante è costretto a rispondere alle esigenze dell’istituzione piuttosto che a quelle degli allievi.

Molti di noi hanno custodito nei cuori e nelle menti gli argomenti e i nomi degli insegnanti che hanno fatto il loro lavoro con trasporto. “Un’ ora di lezione può cambiare la vita”, dice lo psicoterapeuta Massimo Recalcati.

 La scuola dovrebbe essere per bimbi e ragazzi un porto sicuro, in cui si è accettati per quel che si è, in cui è lecito dare spazio alle peculiarità di ciascuno. Il fondamento della didattica dovrebbe essere il desiderio, non la corsa alla performance. Mantenere vivi gli oggetti del sapere per generare amore e trasporto nei confronti della cultura e fare del libro un “corpo da leggere”, per insegnare la bellezza, la curiosità, il rispetto. Perché in fondo, un libro, è un Altro da scoprire. Imparare con amore e desiderio di conoscenza è un esercizio per la vita.