di Salvo La Delfa

La regista siracusana, che è anche direttore artistico del  Teatro Garibaldi di Avola, ci ha raccontato da dove nasce la sua passione per il teatro, come prepara i suoi spettacoli e il messaggio che intende trasmettere al suo pubblico ogni volta che mette in scena una sua opera.

 

“Donna Viola”, “Due gocce di veleno”, “Io sono il mio numero”, “Una sola storia”: sono solo alcuni titoli che la regista Tatiana Alescio ha scritto e messo in scena con la compagnia “Trinaura” in questi ultimi anni, riscuotendo un grande successo non solo in Sicilia ma anche in tutto il territorio nazionale.

Tatiana Alescio, siracusana, direttore artistico del Teatro Garibaldi di Avola, regista, costumista, scenografa, cura, coadiuvata dal suo staff, dall’inizio alla fine ogni suo spettacolo. Tatiana è una donna riservata, umile, decisa e scrupolosa, versatile, onesta, a cui non piace barare o trovare scorciatoie, che preferisce fermarsi se non è convinta della validità di una idea.

L’abbiamo incontrata per conoscerla meglio. Durante l’intervista ci ha raccontato da dove nasce la sua passione per il teatro, come prepara i suoi spettacoli e il messaggio che intende trasmettere al suo pubblico ogni volta che mette in scena una sua opera.

Tatiana dove nasce la tua passione per il teatro?

“Io sono nata così. Nella mia famiglia nessuno aveva esperienza di teatro ma già da piccola mi piaceva e mi esaltava il suono della parola. Nei miei giochi dell’infanzia io non recitavo ma già stavo dietro le quinte: i miei giochi erano già delle regie. In base all’espressione del viso attribuivo i ruoli alle mie bambole e li facevo recitare su una libreria a tre piani che mia madre aveva liberato, immaginando tre diversi livelli di vita. Scrivevo su un quaderno un breve canovaccio e preparavo i loro costumi”.

Dopo la tua esperienza con alcune compagnie e la nascita di “Trinaura” nel 2001, inizia la tua collaborazione con l’INDA che culminerà nella regia de “Le supplici” nel 2009.

“Si. Dopo aver fatto un bel po’ di gavetta per tanti anni come assistente e assistente alla regia con l’INDA è arrivata all’improvviso, in maniera inattesa perché non l’avevo richiesta, la regia de “Le supplici”. Quell’anno si decise di fare il terzo spettacolo e il soprintendente Fernando Balestra decise di affidarmelo. Onestamente, mi fece paura il progetto e mi fece paura la preparazione, anche perché ero giovane, ero donna, di Siracusa. Si rischiava un poco ma per fortuna l’esperienza andò bene”.

Qual è la tua idea di teatro?

“Io ritengo che bisogna stare sul palco solo se si ha qualcosa da dire, il teatro inteso come forma di esibizionismo, forma di spettacolarizzazione, non è teatro. Io tratto in genere temi sociali, non faccio argomenti strappa lacrime che possono far cadere nella retorica. Noi non siamo per i grandi numeri ne vogliamo giocare a vincere facile mettendo in scena opere già conosciute.  In genere le nostre rappresentazioni sono tutte inedite che possono andare bene o male ma è un rischio che io mi prendo. Nel caso in cui non dovessi avere l’idea giusta, io “salterei il giro” perché non mi piace fare per fare ma fare solo se c’è un motivo valido a cui io credo veramente tanto, non solo perché possa darmi una soddisfazione ma possa trovare una certa utilità a livello sociale. Mi ritengo una persona versatile. Non mi piace fossilizzarmi a fare sempre le stesse cose: non ti aiuta a crescere e non aiuta nemmeno il tuo pubblico a crescere insieme a te. Il teatro per me è un percorso ampio, di comunità, che diventa riflessione, che diventa confronto, che diventa sprone. Noi non abbiamo nessun tipo di aiuto, le nostre sono auto produzioni. Noi abbiamo un pubblico fedele che ci vuole bene. La gente, in generale, non è più abituata a stare al teatro. Andare al teatro è una scelta quasi difficile, perché ti metti a nudo. Quando vai via se hai visto qualcosa di forte, di importante, inizi a farti un poco di domande e non tutti sono disposti a scavare dentro di loro”.

Come nasce il tuo spettacolo?

“Lo spettacolo nasce da una idea e lo sviluppo dell’idea, la preparazione della scenografia e dei costumi, avviene in maniera sincrona, tutto insieme. Come Trinaura possediamo una sartoria, una zona per il taglio del legno. Il tutto cresce in contemporanea e lo spettacolo prende una forma più armonica. A me piace soprattutto scrivere per il teatro ma piace anche l’attività manuale come dipingere, cucire, o fare i costumi.  Sono tutte fasi che attraverso nella preparazione del mio spettacolo che curo dall’inizio alla fine. Ci sono idee che ti vengono a cercare e allora io scrivo il copione e mentre lo scrivo ho già in mente le persone che possono interpretare i personaggi delle mie storie: in genere non faccio i provini. A questo punto comunico la mia idea agli attori e con loro iniziamo un approfondimento psicologico dei personaggi della storia. Li incontro singolarmente, gli racconto la storia e gli mando il copione, poi loro leggono il copione in riferimento al personaggio che io indico. Successivamente ci incontriamo e iniziamo a parlare del personaggio, interpretandolo psicologicamente. Io invento una linea del tempo per inquadrare meglio il presente del personaggio, una linea del tempo del passato ma anche del futuro per capire verso dove il personaggio sta andando. Stabilità la linea del tempo e avendo dato dei punti e riferimenti spazio temporale inizia la fase della metabolizzazione. Con l’attore si inizia un approfondimento a due, una confessione, in alcuni casi quasi reciproca, e insieme costruiamo lo spettacolo”.

Che ruolo hanno la scenografia, i costumi e le musiche nelle tue rappresentazioni?

“La scenografia e i costumi non devono insabbiare la parola. Noi partiamo dalla parola e tutto il resto deve aiutare a completare e non deve sovrastare. La scenografia è ridotta al minimo, noi non montiamo le quinte, mettiamo solamente una inquadratura nera, ci sono pochi elementi di arredo, puntamenti di luci che si accendono e spengono, e dei costumi che accompagnano e non invadono. Le musiche sono poche ma giuste per creare una atmosfera sonora, una predisposizione dell’animo, che aiutano in quel momento a mettere in evidenza una scena dove generalmente c’è il silenzio. A volte taglio le battute di una scena perché mi accorgo che la musica è più esaustiva delle parole. In alcuni casi con la musica e la mimica si parla di più lasciando la possibilità al singolo spettatore di leggere quella scena attraverso il proprio passato, la propria sensibilità, il momento che sta vivendo. Si ha una personalizzazione da parte dello spettatore con uno scambio che non è passivo”.

Che cos’è per te il teatro?

“Io ho una idea chiara di me ma non so se corrisponde con quello che passa fuori. Sicuramente la mia vita è stata una vita dedicata al teatro, ho avuto gli hobby del tennis e dell’equitazione ma il teatro non è mai passato. E’ il compagno più di lunga data, imprescindibile, mi ammalerei se non potessi farlo. L’idea del teatro è talmente radicato in me perché anche se leggo un libro lo leggo dalla prospettiva di vedere se è possibile metterlo in scena. Mi viene voglia di raccontare qualcosa con la presunzione che ci sarà qualcuno che avrà voglia di ascoltarla e che quindi ci incontreremo in qualche modo. Ritengo che il mio prossimo spettacolo deve essere più interessante del precedente. Se non lo fosse non sarebbe per me solo una mia sconfitta personale ma sarebbe più grave il pensiero di aver procurato una delusione al nostro pubblico che ormai ci conosce non solo a Siracusa ma anche, grazie alle nostre tournee, in altri posti di Italia.  Se quello che fai lo fai bene viene apprezzato ovunque, questa si chiama onestà. Tatiana è una persona onesta sotto il profilo intellettuale, non mi piace barare non mi piace trovare scorciatoie, le cose commerciali, gli aiuti che cadono dal cielo e poi ne devi essere grata. Non abbiamo tanti grazie da dire a fine spettacolo e solo frutto del lavoro che abbiamo fatto. Io sono uno spirito molto libero, l’idea di avere qualcosa che mi piace ed avere la possibilità di metterla in scena è la forma di appagamento più alta, senza condizionamenti, io decido ed io penso ai costumi, alla scenografia, tutto il progetto nasce nella mia testa e poi lo vedo realizzato”.