di Gemma Santuccio

Con l’acronimo DSA si intende fare riferimento alla categoria dei Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento che appartengono ai disturbi del neurosviluppo.

Essi riguardano i disturbi delle abilità scolastiche, ossia Dislessia, Disortografia, Disgrafia e Discalculia. Ciò su cui si vuole porre l'attenzione è l'importanza della diagnosi in questi casi. L'accertamento, la diagnosi e la relativa certificazione viene di solito eseguita solo al termine del secondo anno di scuola primaria, anno in cui tali ostacoli all'apprendimento diventano più evidenti grazie all’esposizione alle attività di lettura e scrittura. Solitamente sono gli insegnanti, durante le attività scolastiche, ad avvertire le prime difficoltà e disagi nel bambino. Sulla base degli accertamenti prodotti in ambito scolastico, resta un loro dovere informare il genitore al più presto per fargli prendere contatto con lo specialista in grado di formulare una diagnosi: – solitamente il Neuropsichiatra Infantile o un’équipe multidisciplinare composta da Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista ed eventualmente altri professionisti sanitari abilitati alla certificazione.

Le ricerche hanno messo in luce che i Disturbi Specifici dell’Apprendimento si presentano associati a disturbi emotivi e comportamentali che, se sottovalutati, possono costituire un fattore di rischio per il futuro benessere psicologico dell’individuo. Innanzitutto, un primo problema si può presentare quando ancora non c’è alcuna diagnosi o certificazione: in questi casi, infatti, il bambino, la famiglia e la scuola, si ritrovano nella condizione di un basso rendimento scolastico senza capirne il motivo. In questa prima fase, gli insegnanti si interrogano sull’impegno del bambino, sulle sue condizioni familiari, lamentano scarso impegno e disinteresse, talvolta problemi di comportamento in classe. Essi trovano anche difficoltà a spiegarsi perché il bambino che tra i pari sembra non avere particolari difficoltà, mostra poi rifiuto o problematiche quando gli si chiede di leggere, di scrivere o di fare i calcoli, il tutto accompagnato, spesso, da disattenzione e generale svogliatezza. I genitori sono confusi e spesso oscillano fra comportamenti severi e punitivi con inviti all’impegno e lunghi periodi in cui attendono, sperando che il tempo possa portare ad un miglioramento della situazione.

All’inizio in genere tendono a dare ragione all’insegnante e si associano all’idea che la difficoltà del loro bambino dipenda dallo scarso impegno o da un’insufficiente dose di esercizio. In questa fase, spesso il bambino si sente incompreso sia in famiglia che a scuola e lui stesso comincia a dubitare delle proprie capacità. Questo può essere molto destabilizzante e provocare un preoccupante abbassamento dell'autostima, un sentimento di inferiorità nonché senso di colpa, soprattutto se si sente giudicato pigro e svogliato. Le interpretazioni e le azioni degli adulti portano, in questi casi, ad un aggravarsi della situazione. E' questo il caso di un bambino di seconda elementare, allegro, vivace e partecipativo alle attività ludiche che, dinanzi alle richieste delle insegnanti di svolgere i compiti, spesso si rifiuta e conseguentemente cerca l'attenzione dei suoi compagni distogliendoli dal loro dovere di eseguire le direttive delle maestre. Nonostante vi sia la famiglia e un team di educatori a seguirlo per il difficile momento dei compiti protagonisti di ogni pomeriggio, ciò non è sufficiente a fargli raggiungere la sufficienza secondo i parametri scolastici previsti per la sua età. Tutto ciò proprio perché, nonostante l'intenzione di aiuto e comprensione del corpo docente, di fatto, manca una certificazione dell'ASP che dichiari la presenza dei disturbi specifici dell'apprendimento; certificazione senza la quale "la scuola non può fare altro". Siamo, quindi, lontani, nella pratica ad attuare ciò che anche la legge prescrive (la l. 170/2010 ha infatti invitato a comprendere come il bambino con DSA abbia stili cognitivi che seguono modalità di apprendimento che non sono quelle comuni). È, dunque, molto importante trattare adeguatamente tali casi, poiché le manifestazioni psicologiche del bambino possono assumere varie forme: da un lato può presentare un comportamento ritirato, chiuso in se stesso, oppure si possono presentare sentimenti di rabbia che portano a comportamenti di opposizione alle insegnanti e aggressività col personale scolastico e con i pari, cosa che può innescare un circolo vizioso all’interno della classe. Talvolta lo stesso bambino può presentare i due diversi tipi di comportamento in momenti diversi. Il rischio è quello di restare intrappolati in circoli viziosi, in cui fallimenti, lo scarso investimento sulle attività scolastiche e la demotivazione si vanno a potenziare a vicenda. Dunque, la scuola, la famiglia, e il servizio sanitario devono costruire rapporti di reciproca collaborazione, nel rispetto delle diverse competenze e dei ruoli, con lo scopo di giungere alla definizione e all’attuazione di un piano didattico personalizzato effettivamente tarato sulle specifiche condizioni di ciascun alunno, nel rispetto della soggettività ed unicità di ogni bambino. Le differenze individuali degli studenti devono occupare un posto rilevante nel processo di insegnamento/apprendimento e non essere considerate dei problemi da risolvere! In ogni comunità scolastica, basterebbe, forse, domandarsi “questa strategia didattica è efficace?”, indipendentemente dagli studenti cui ci si rivolge.  Occorre pertanto puntare sulla costruzione di un'autentica cultura dell’inclusione, dove alunni, genitori, insegnanti e clinici sappiano lavorare in sinergia. Ed è questa la “sfida” per eccellenza.