di Veronica Spriveri

 

<<Ricordate che la “b” ha la pancia a destra e la “d” ha la pancia a sinistra. E tutte e due hanno un’asta che va da su a giù>>. E qual è la destra? Qual è la sinistra? Dov’è su, dov’è giù? E un’asta? Com’è?

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la percentuale di diagnosi di DSA in Italia ammonta al 2,9 % per l’anno scolastico 2016/2017. I dati sono decisamente allarmanti se si paragonano a quelli dell’anno scolastico 2010/2011, dove la percentuale era dello 0,7. Il fenomeno sembra quindi in crescita. Perché? Una possibile risposta, senza ombra di dubbio, è da ritrovare nella responsabilità che il sistema scolastico si è assunto al riguardo per l’entrata in vigore della Legge 170/2010. Ma si tratta soltanto di questo? La comunità scientifica, la scuola, gli educatori, i genitori, hanno il dovere di porsi domande e costruire ipotesi.

Da dove possiamo partire? Dove possiamo trovare spunti di riflessione? In notevole aumento, tra i DSA, i casi di disgrafia e relative questioni sulla scrittura. Capita sempre più frequentemente, ad insegnanti ed educatori, di avere sotto gli occhi calligrafie “errate” e “poco comprensibili”. Così piene di errori e poco leggibili, che per correggerle e “facilitare” i bambini e i ragazzi, la legge ha predisposto strumenti di aiuto tecnologici, in primis i computer. La soluzione al problema, quindi, sarebbe eliminare la scrittura per risolvere i problemi sulla scrittura. Sì, avete letto bene. Com’è possibile? Com’è possibile risolvere il problema dello strumento eliminando lo strumento stesso? Non sarà proprio qui la chiave di tutto? Non sarà che questi nostri bimbi e ragazzi del 2000 utilizzano troppo poco le mani, il corpo?

Ce l’hanno detto in molti. Ce l’hanno detto i migliori Pedagogisti della storia. Ce l’hanno detto Wallon, Ajuriaguerra, Le Boulch, Maria Montessori, perfino Rousseau secoli addietro. I bambini imparano con l’esperienza, in natura, e per natura si intende proprio quel contesto d’apprendimento in cui tutto ciò che arriva alla mente passa per il piano sensoriale, diretto, del corpo, del movimento, della pelle. Di fatto, i bambini acquisiscono lo schema corporeo muovendosi nello spazio. I bambini sanno dove si trovano la destra e la sinistra perché il sistema nervoso ha acquisito il concetto di destra e di sinistra, di basso e alto, di lento e rapido, di rotondo e triangolare, di fluido e denso, attraverso l’esperienza corporea, attraverso il movimento. “Non sa prendere la penna, non ha la postura”. Quanta esperienza avrà fatto quel bimbo di prensione e posture? Quanto avrà saltato con la corda, quanto si sarà mosso tra prati e strade osservando, manipolando e correndo? Avrà tenuto in mano un filo d’erba per sentirne consistenza e delicatezza? Avrà ospitato una formichina sul suo dito per comprendere che i gesti fini e attenti servono a salvaguardare la vita della sua compagna di giochi e, conseguentemente, che una penna dev’essere tenuta con mano ferma ma delicata?  Quanto avrà tracciato un Sole sulla sabbia? Lo stesso Sole che sul quaderno sarà la pancia di una “d” o una “o”? Quanto tempo, invece, avrà impiegato davanti ad uno smartphone, un tablet, seduto su una sedia, relazionandosi con uno schermo freddo e piatto che poco ha a che fare con la Vita e l’Esperienza?

Il movimento che compiono le stesse dita su uno smartphone, di fatto, muove altre competenze percettive: invece, di affinarle i micromovimenti, amplifica e disarciona gli atti di prensione; non specializza nessun dito e tutti finiscono per cadere in una sofferta modalità di contatto che predilige fondamentalmente il pollice. Sappiamo, invece, come la prensione richieda tonicità di tutte le dita della mano in un atto di adattamento che non richiede lo schermo di un cellulare. Ai nostri bimbi stanno mancando tutti quegli atti preparatori, insiti nei giochi “in natura”, che predispongono all’apprendimento della scrittura e della competenza a “lasciar segno”.

Il legame tra scrittura e movimento pare, dunque, imprescindibile: dalla globalità corporea, alla motricità fine (quella dei piccoli gesti), alla coordinazione oculo-manuale. Così come sembra che le conoscenze in merito appaiano, in questi tempi, sacrificate, in nome di tecnologia e progresso. E, seppur è vero che abbiamo dato i natali a Maria Montessori, è allo stesso modo vero che abbiamo rinchiuso tutte le sue intuizioni in uno schermo. Forse abbiamo dimenticato che la Vita e i suoi apprendimenti hanno più di due dimensioni e occorre ricordare come scendere al piano dell’esperienza si apra al bambino come quella indispensabile terza dimensione che diventa capacità, competenza, preparazione. Vita, insomma.